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Petrolmafie, Gratteri: “Per la ‘ndrangheta il petrolio frutta più del traffico di droga”

di Bruno Mirante – “Quattro procuratori hanno deciso di lavorare insieme perché abbiamo lo stesso comune interesse: il risultato. Questa indagine è una prosecuzione, un filone, della maxioperazione Rinascita Scott perché riguarda uno degli aspetti principali del riciclaggio della famiglia Mancuso di Limbadi”. Lo ha dichiarato il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa durante la quale sono stati illustrati i risultati dell’operazione “Petrolmafie” che dalle prime luci dell’alba ha portato all’esecuzione di provvedimenti cautelari a carico di una settantina di persone responsabili di associazione di tipo mafioso, riciclaggio e frode fiscale di prodotti petroliferi. Contestualmente sono in corso sequestri di immobili, società e denaro contante per un valore di circa 1 miliardo di euro. L’operazione è frutto di 4 diverse indagini, coordinate dalle diverse Procure antimafia di Catanzaro, Reggio Calabria, Napoli e Roma e dalla Direzione nazionale antimafia. Le indagini sono confluite nella maxi operazione alla luce del fatto che avevano ad oggetto le stesse dinamiche criminali anche se con soggetti coinvolti diversi. “Quest’indagine dimostra come gli steccati sono un problema della società civile. Le mafie non hanno problemi di steccati, sono presenti dove ci sono da gestire denaro e potere” – ha aggiunto Gratteri. “Abbiamo cercato di sopperire al gap dell’osservanza delle regole rispetto alla violazione sistematica delle regole da parte delle organizzazioni criminali. E’ stato possibile perché, quasi contemporaneamente, quattro procure si trovano ad indagare sullo stesso tema”.

L’imprenditore del Kazakistan che arrivò a Lamezia per incontrare le cosche

Il procuratore di Catanzaro ha riferito di una conversazione intercettata tra gli indagati nella quale si afferma che il business del petrolio “ci sta fruttando più della droga”. Le cosche di ‘ndrangheta del Vibonese, in particolare, volevano chiudere un accordo per l’importazione in Italia con la società Kmg, la più grande industria estrattiva di gas e petrolio del Kazakistan. Alla riunione, – ha riferito Gratteri –  svoltasi in una osteria di Vibo Valentia, era presente “l’imprenditore D’Amico che ha un grosso deposito carburanti a Maierato. In quella occasione era presente un rappresentante della Kmg, arrivato con l’interprete e due broker lombardi, che sono stati arrestati stanotte a Milano, il cui obiettivo era fare arrivare il petrolio a Vibo Valentia. Al pranzo era presente anche Luigi Mancuso, capo locale del clan, ed altre persone, Pasquale Gallone, Gaetano Molino, marito della nipote di Mancuso e Antonio Prenesti’. Si è discusso di creare una boa al porto di Vibo Valentia per fare attraccare le petroliere e con un tubo far arrivare il petrolio all’industria di D’Amico. Quando è stato fatto presente che c’era anche il porto di Gioia Tauro, è stato risposto che non ce n’era bisogno perché altrimenti avrebbero dovuto trattare con le cosche del posto”. Nel corso del pranzo, qualcuno ha anche fatto notare che a Maierato ci sono i depositi dell’Eni ma Mancuso, ha riferito Gratteri, “ha detto che gli avrebbe fatto ritirare le licenze dagli enti locali e che avrebbero usato anche le cisterne dell’Eni. Questo per dire le mafie non hanno frontiere e sono capaci di interagire con chiunque, a qualsiasi livello. L’operazione si è interrotta perché il collettore tra i broker e Mancuso, Prenestì è stato arrestato per omicidio e tentato omicidio”.

Il ruolo centrale della cosca Mancuso

Secondo Pasquale Angelosanto, comandante del Reparto operativo speciale dei Carabinieri, dalle indagini è infatti emerso il ruolo centrale della famiglia Mancuso di Vibo Valentia “che gestisce affari con imprenditori e società di approvvigionamento di materiale petrolifero anche per le pompe di benzina del Vibonese. Registrati anche rapporti con altre cosche della provincia di Reggio Calabria e di Catania”.

“Sono state inoltre sequestrate – ha aggiunto Angelosanto – 19 società impegnate nel commercio di prodotti petroliferi ma anche in edilizia, immobiliare e raccolta di rifiuti speciali per un valore di oltre 170 milioni di euro. Sequestrate anche armi e circa 250 mila euro in contanti circostanza che la dice lunga sulle ricchezze di cui dispongono le strutture mafiose”. Secondo il generale della Guardia di finanza Dario Salumbrino “sono centrali le organizzazioni criminali in legame con gli imprenditori D’Amico, diretta espressione del clan Mancuso e dominus della frode petrolifera. I D’Amico si rifornivano da una società avente sede a Roma e la particolarità sta nel fatto che gran parte del prodotto finale era diretta in Sicilia al gruppo catanese titolare di 37 pompe di benzina, che stiamo procedendo a sequestrare. C’è il contrabbando agricolo, con un’evasione di 1 milione e 800mila euro e poi quello dell’autotrazione, con una sottrazione di prodotto all’accertamento di sei milioni di euro”.

Per il generale dello Scico (servizio centrale investigazione criminalità organizzata) della Guardia di finanza Alessandro Barbera “l’indagine ha coinvolto quattro procure distrettuali e ha disvelato un articolato sistema di frode perpetrato dalle organizzazione mafiosi con rilevanti profitti illeciti. Oggi la criminalità ha individuato dei filoni che consentono di ottenere profitti ingentissimi. Per ciò che concerne l’attività di Reggio Calabria, abbiamo individuato esponenti imprenditoriali legati alla cosca Piromalli di Gioia Tauro, alla Cataldo della Locride, inserite in contesti di alta criminalità, che inserivano profitti illegali nel circuito economico”.

Bombardieri: “Sistema articolato di società cartiere e false fatturazioni”

Durante l’incontro con i giornalisti è intervenuto anche il procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri che ha parlato di “sistemi criminali”: “Le mafie, ‘ndrangheta o camorra, indistintamente dalla loro origine,- ha spiegato Bombardieri –  operavano su orizzonti finanziari diversi che non sono più il traffico di stupefacenti ma quello dei petroli che fino ad oggi hanno visto operare solo i colletti bianchi. Dove ci sono i soldi e gli affari le mafie intervengono. Abbiamo trovato i punti di riferimento delle varie cosche”.

“Il valore aggiunto di questa indagine – ha sottolineato Bombardieri – è il collegamento operativo che gli uffici giudiziari hanno svolto anche grazie al coordinamento della Direzione nazionale antimafia. I colleghi, hanno operato sotto il coordinamento degli aggiunti Gaetano Paci e Giuseppe Lombardo, sono riusciti a ricostruire i piani criminali sui quali operava l’organizzazione che faceva capo a imprenditori calabresi unitamente a soggetti campani. Avevano creato un articolato sistema di cartiere, gestivano sia le false fatturazioni, le operazioni in frode d’Iva e sia la fase del riciclaggio e dell’autoriciclaggio curando nel dettaglio il recupero delle somme sottratte allo Stato. Un’indagine capillare che, ancora una volta, ci dimostra che l’operatività delle mafie è a tutti i livelli. Grazie a questi imprenditori di riferimento delle cosche operavano in Calabria, Campania e Sicilia. Noi abbiamo sequestrato 27 conti bancari tra Bulgaria, Ungheria, Romania, Inghilterra e Croazia. Sono state sequestrate circa 100 società interessate alla frode fiscale e molte delle quali cartiere. Sono stati sequestrati una serie di beni di lusso, anche all’estero, che venivano utilizzati dai soggetti dell’organizzazione. Nel maggio 2019 è stato sequestrato un milione di euro in contatti che l’organizzazione da Napoli stava facendo arrivare ai promotori calabresi. Anche oggi le perquisizioni hanno consentito di avere ulteriore conferma di questa disponibilità economica di questi soggetti”.

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