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“Il talento di Rino Gaetano che ha saputo cantare peccati, vanità e bugie”

rino gaetano

di Felice Foresta* – Sono lunghi 40 anni. Ma sono leggeri come i fiori di assenzio. E volano come i versi di una canzone. È un giugno, quello del 1981, che sa di giugno, fa caldo. Non come oggi che è indomita cicatrice di un inverno lungo e infingardo. Ho appena fatto colazione, sono le otto circa di un martedì che ha l’oro in bocca. La scuola, di fatto, è un ricordo dolcissimo. Il ginnasio è alle spalle, il prossimo anno sarà liceo, e adesso le vacanze vanno succhiate sino al midollo. E poi il Catanzaro ha appena guadagnato una straordinaria permanenza in serie A con Tarcisio Burnich – che, appena qualche giorno fa, ha appeso i suoi silenzi sulla soglia dell’eternità – alla guida. Mai avremmo fatto tanti punti nella massima serie come in quella stagione. Mi affaccio al balcone della cucina. Il vento è una carezza, docile e sincera. C’è una calma strana, che sa di terremoto. Come ogni mattina, il giornale radio è la cornice dei miei risvegli nel mondo.

È un brutto periodo, con stragi che ancora sanguinano e una lotta al terrorismo in cui si arranca. La musica degli anni ‘80, invece, vince sempre e da subito. Per chi ama quella d’autore non c’è che imbarazzo e varietà nella scelta. Per chi ama la musica, l’ironia e la verità, c’è lui. E poi è anche di Crotone, anche se non vive lì. La saggezza e la profondità magno greca ce l’ha nel sangue. Lui, è Salvatore Antonio Gaetano, in arte Rino, e la sua famiglia è originaria di Cutro. Proprio lì, dirimpetto a dove trascorro l’incanto dell‘infanzia e dell‘adolescenza fra vacche, pecore, cavalli e cani, le parole di granito di mio nonno e le perle d’amore di mia nonna. Quella che non mi ha chiamato mai per nome. Di colpo, il cronista stoppa il racconto senza pathos di cronaca e politica, e, mesto, vira verso una notizia appena arrivata in redazione.

Il famoso cantautore calabrese Rino Gaetano è stato trovato morto alle prime ore dell’alba, pare essersi schiantato con la propria autovettura. Era giugno, un giugno che sapeva di giugno, faceva caldo. Il vento era una carezza, dolce e sincera. Di colpo scende il gelo e una lacrima. Rino Gaetano è il sogno infranto di una generazione incerta, di una terra inquieta, e di un ragazzo che ha saputo cantare peccati, vanità e bugie con una leggerezza e un’ilarità disarmante. E l’amore, come pochi poeti al mondo. Provate a leggere ad alta voce:

L’estate che veniva con le nuvole rigonfie di speranza
Nuovi amori da piazzare sotto il sole
Il sole che bruciava, lunghe spiagge di silicio
E tu crescevi, crescevi sempre più bella
Fiorivi sfiorivano le viole
E il sole batteva su di me
E tu prendevi la mia mano
Mentre io aspettavo.

Nel seguito potreste metterci quel che volete, resterà un‘ode di Saffo e un carme di Catullo messi insieme.
Tutti siamo vento, come il grecale che mi sbatte, adesso, in faccia mentre sorseggio le sue parole sul lungomare di Crotone, davanti la statua di un ragazzo irriverente, ostinato e insuperabile.
Buon vento Rino che, come me, ti chiami pure Salvatore Antonio. E, anche da lassù, continui a fare ciascuno di noi felice. Mentre io aspettavo, aspetto ancora. Che il cielo si faccia sempre più blu e sfioriscano le viole.

* avvocato del Foro di Catanzaro

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