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Alibante: l’architetto e il carabiniere insospettabili spie della cosca Bagalà

di Gabriella Passariello- Riusciva a garantirsi un canale privilegiato tra le Forze dell’ordine per ottenere informazioni su procedimenti penali che lo riguardavano, evitando proprio grazie a questi appoggi diversi controlli della polizia. L’architetto Vittorio Macchione, come emerge dalle carte dell’inchiesta Alibante, aveva saputo in anticipo, tramite un carabiniere appartenente alla Stazione di Nocera, che era stata richiesta l’archiviazione di un procedimento penale scattato a seguito di una denuncia, dove poi lo stesso denunciante era finito sotto inchiesta per calunnia. “Ora la notifica ancora non ce l’ho, ho avuto questa notizia in anticipo… ma tu hai capito che mi ha detto il maresciallo oggi? Di quelle due denunce… per omicidio … una a me… tentato omicidio… mi ha detto Architè è andata benissimo la tua pratica, nel senso che a loro hanno chiuso quella cosa a favore nostro e per quella di falso hanno archiviato questa denuncia che mi hanno fatto a me per tentato omicidio e hanno incriminato loro per calunnia nei miei confronti. E questa cosa qui io la so… la so ufficiosamente, perché me l’ha riferita il maresciallo dei carabinieri”.

Le notizie riservate rivelate ala cosca

L’architetto Vittorio Macchione ,per il gip firmatario dell’ordinanza, è inserito all’interno della compagine criminale per il suo mettersi a disposizione della cosca Bagalà ed è definito come uno storico sodale, tuttora operativo che intrattiene costanti rapporti con il boss, “a cui si rivolge in continuazione per risolvere problematiche di interesse comune o per ricevere specifiche disposizioni”, in particolare nel settore delle strutture turistiche riconducibili alla consorteria criminale. “L’indagato ha quindi offerto uno stabile apporto all’associazione mediante la disponibilità in ripetute occasioni a rendersi intestatario fittizio di beni immobili per conto dei Bagalà, dimostrando la sua chiara appartenenza al sodalizio, elemento che integra il reato di partecipazione in associazione mafiosa”. Giovanni Eugenio Macchione, responsabile dell’area amministrativa del comune di Nocera Terinese, avrebbe violato i doveri inerenti alle sue funzioni per procurare a sé o ad altri un indebito profitto patrimoniale. Si sarebbe avvalso di notizie del proprio ufficio, che dovevano rimanere segrete, notizie attinenti ad alcuni controlli e accertamenti che i carabinieri di Nocera avevano effettuato il 9 giugno 2018 nella costruenda struttura alberghiera denominata Il Castello, rendendo edotti il capo cosca e gli altri sodali Vittorio Macchione e Luigi Ferlaino.

 Il ruolo del carabiniere a servizio della ‘ndrangheta

Il carabiniere Francesco Cardamone è comparso sulla scena investigativa in occasione delle elezioni per la carica di sindaco di Nocera Terinese nel 2018. All’epoca dei fatti era effettivo nella stazione dei carabinieri di Lamezia e collaborava prevalentemente con la sezione operativa del Norm nello svolgimento di alcune indagini delegate dalla locale autorità giudiziaria. Il militare aveva libero accesso alla sala intercettazione del Gruppo dei carabinieri di Lamezia e a marzo del 2018 quando si trovava all’interno della sala intercettazione,  si avvicina ad un collega che in quel frangente stava visionando le immagini trasmesse dalla telecamera nascosta che monitorava un distributore di benzina di Falerna, risultato essere la base logistica di riferimento di Bagalà. Cardamone riferisce al militare che dietro il gabbiotto del distributore, un extracomunitario, verosimilmente Mahamoudou Guebre, dipendente alla pompa di benzina, teneva nascosto un telefono segreto, utilizzato dal boss  per effettuare telefonate riservate al riparo da possibili intercettazioni.  L’11 novembre 2018,  Mario Gallo venuto a conoscenza del luogo preciso in cui era stata nascosta la videocamera, mentre si trovava nello spiazzo dell’impianto di benzina, in compagnia del figlio Alessandro Gallo, dell’agente di polizia municipale Fiorentino Nino Grandinetti, tramite un binocolo osserva in direzione del punto dove si trovava la strumentazione tecnica e in quel momento, si sprigiona un incendio, appiccato da terzi con l’intenzione di distruggere l’apparecchiatura e i sospetti su chi avesse potuto svelare l’ubicazione della telecamera si sono focalizzati su Cardamone. L’indagato, secondo il gip, avendo avuto conoscenza dell’attività di indagine secretata ne ha dolosamente rivelato l’esistenza ai diretti interessati, pregiudicando l’attività tecnica in corso.

L’accesso abusivo alla Banca dati

Nel corso di un’intercettazione captata il 18 agosto 2018, Carmelo Bagalà, confida al fidato Alfredo Carnevale di essere venuto a conoscenza dell’esistenza di indagini in corso  che riguardavano lui e Pasquale Motta: “ma c’è un ragazzo che lavora con… a Sant’Eufemia… che il fratello… quello che lo ha visto proprio, lo ha visto e dice che il fratello gli ha detto… che stanno facendo indagini… sopra di me … sopra Pasquale Motta in relazione alle loro possibili interferenze sulle elezioni comunali che avevano portato alla vittoria di Massimo Pandolfo “eh a me mi sono venuti a dire che… in Procura stanno indagando… su di me e su Pasquale Motta”. Da qui una verifica al Ced interforze del Ministero dell’Interno per accertare eventuali interrogazioni sospette in Banca dati e dall’esito delle indagini sono state individuate tre interrogazioni, formalmente effettuate dal comandante pro tempore della Stazione dei carabinieri di Lamezia, ma in effetti dietro ci sarebbe stato proprio Cardamone, risultato poi essere colui che aveva messo mano nella banca dati. “ Cardamone- spiega il gip- ha strumentalizzato reiteratamente prima il ruolo ricoperto all’interno delle forze dell’ordine, rivelando l’esistenza di indagini a Carmelo Bagalà e successivamente, una volta eletto vice sindaco, ha dato sfogo alle promesse clientelari grazie alle quali si è assicurato la carica pubblica”.

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